Namaste Nepal
Mi sveglio, come al solito, all’alba. Ho fame. L’ultimo pasto, a parte qualche banana mangiata ieri, risale a due giorni fa.
Mi vesto ed alle sei esco a cercare un ristorantino. Poiché non ne trovo, entro in una bettola a bere almeno un tè. Osservo il modo originale in cui il tea maker riempie i bicchieri: li mette tutti in fila poi solleva la teiera a più di un metro e versa il tè senza interruzioni. In una nicchia, tra le varie offerte a Shiva, vedo delle lampadine. Curioso! Ne prendo una e la guardo controluce: è fulminata. Guardo le altre: lo stesso. Mi sembra lo stesso principio, di praticità, di Daksinkhali: là si consuma la carne dell’animale
offerto prima in sacrificio, qui si usano le lampadine e, quando non servono più, si offrono alla divinità. Nulla deve essere sprecato!
Con lo stomaco sempre più vuoto, visito la città. Prima tappa, il tempio. Si chiama Janaki Mandir ed è meta di pellegrinaggio per gli indù.
E’ dedicato a Sita, la bella principessa moglie di Rama, celebrata nel Ramayana. A me fa venire in mente quei lavori di traforo che i bambini delle scuole elementari fanno (o facevano?) con il compensato.
Mi fermo per un po’ nel cortile circostante il tempio ad osservare la gente incredibile che vi transita. Intanto quasi tutti i sadhu qui, non so perché, hanno la tunica a macchia di leopardo. Avrà qualche significato simbolico? Ora sta arrivando un tizio con la divisa bianca della Marina militare, con tanto di gradi. Dove l’avrà presa?
A completare l’abbigliamento, o forse per smitizzarlo, gli pende dalla spalla una borsa di maglia di ferro dorata con catenella. Al collo porta una collana a più giri fatta con quei semi, di cui ora mi sfugge il nome, che tutti i sadhu o guru indiani portano.
Un altro tipo curioso che è ora qui vicino a me e mi dice qualcosa che non capisco, indossa un sari rosa smoking, ha i capelli molto lunghi tenuti indietro da un cerchietto rosso che regge una lunghissima penna di pavone alta sul capo. Visto che non capisco quello che dice, riprende a leggere, a mezza voce, cantilenando, un libro di salmi.
Arriva ora un gruppo famigliare: il padre, piccolissimo, regge sulle spalle la figlia, che è il doppio di lui, mentre la moglie segue con le masserizie. Come i cattolici portano i loro malati incurabili a Lourdes, evidentemente gli indu’ li portano qui, nella speranza di un miracolo.
Quanti punti in comune hanno le religioni di tutto il mondo!
Ci sono, qui a Janakpur, molti artigiani dell'argento. E proprio mentre sono nel negozio di uno di loro, mi si avvicina e mi rivolge la parola un giovane nepalese bellissimo, alto, con occhiali ed aria intellettuale.
E' farmacista, ha il negozio su questa stessa via. Vi andiamo, perché mi interessa vedere che tipo di medicine vende. Intanto, chiacchieriamo e gli chiedo dove ha compiuto gli studi. Nessuno studio, mi dice. E' andato per due anni a far pratica da un altro farmacista, poi ha aperto il negozio. Guardo alcune delle confezioni di medicinali: sono tutti importati dall'India ma, purtroppo, non sono medicine ayurvediche o a base di erbe, ma chimiche. Inoltre, sono tutte scadute. Glielo dico e lui mi risponde che gli sono state date, ad un prezzo inferiore, dal farmacista da cui lavorava prima. Quando si inizia un'attività, aggiunge, ci vogliono così tanti soldi! Prima o poi, comunque, dovrà eliminarle…
Finalmente mi imbatto in un ristorante: è indiano, naturalmente, ed il cameriere mi racconta che la sua famiglia vive nel Bihar e che lui ogni anno viene a lavorare qui per sei mesi.
Ordino un tandoori chicken, ma, quando me lo porta, mi accorgo che si tratta, più che altro, di un tandoori bones! Per fortuna ci sono il riso e le verdure, per riempirmi in qualche modo la pancia.
Noto che sul mio tavolo c’è una bottiglia piena d’acqua, in cui sono immersi dei fiori di plastica. A chi di noi occidentali verrebbe mai in mente di mettere l’acqua a dei fiori finti?
Prendo un cycle ricshaw (per fortuna qui a Janakpur non circolano mezzi motorizzati), e vado a vedere le numerose sacred tanks che sono nei dintorni. Attraversiamo un paesaggio tropicale, con palme e banani, su strade pavimentate che portano a questi stagni con tempio sul bordo.
Poi vado alla stazione dei bus per prenotare. Ci sono tante compagnie private quanti sono i pullman, credo. Mi rivolgo alla Milan travel, ma non hanno più posto. Vado allora ad un’altra e prenoto un posto sul bus che parte questa sera alle 17. Il viaggio di notte mi spaventa un po’, speriamo in bene!