Namaste Nepal
Confesso che ho avuto molte esitazioni prima di decidere di andare a Janakpur. Esitazioni anche dovute al fatto che, essendo
questo un periodo di monsoni, le strade sono in condizioni spaventose.
Janakpur si trova, in linea retta, a meno di 200 km a sud est di Katmandu, ma per arrivarci si attraversa una metà del Nepal. Si prende prima la strada che va a Pokhara (verso ovest, quindi); poi, a circa metà percorso, si scende a sud, nel Terai; quindi si va ad est, per un totale di 12 ore di viaggio. D’altro canto, vorrei anche vedere un pò della pianura nepalese. Così mi decido.
Alle sei mi trovo alla stazione dei bus, dato che l’orario di partenza scritto sul biglietto, che ho acquistato ieri, indica le sei e trenta. Alle sette non c’è ancora nessuna traccia del pullman. Partiamo alle sette e trenta, a velocità sostenuta. Un tentativo di recuperare il ritardo di un’ora?
Purtroppo non andiamo lontano: dopo appena due ore, il pullman breaks down e non ci sono speranze di ripararlo. Dopo mezz’ora, arriva il secondo pullman, che avrebbe dovuto partire da Katmandu alle sette.
Sono atterrita dalla prospettiva di trasbordare tutti su questo secondo pullman. Gli autobus nepalesi viaggiano già a “strapieno” carico, senza che ci sia bisogno di raddoppiarlo. Inoltre, ci sono ancora almeno 10 ore di viaggio davanti a noi e la prospettiva di farle in piedi, con la testa piegata in avanti perché il tetto del bus è troppo basso per consentirmi di stare eretta, shakerata dai continui sobbalzi dovuti al fondo stradale sconnesso e schiacciata dalla calca, non è molto allettante!
Per fortuna, il bigliettaio dell’autobus rotto, mi aiuta a farmi strada tra la folla e convince due nepalesi a dividere il loro sedile con me. Poiché i sedili degli autobus nepalesi sono molto piccoli (a misura loro!), sono per ¾ fuori dal sedile, ma è sempre meglio che stare in piedi. E poi, che importanza ha l’essere scomodi, quando ti trovi fra gente che, in continuazione ti manifesta la sua gentilezza e solidarietà? E’ per ritrovare questi sentimenti che da noi non esistono più che io vengo in paesi come questo e non mi importa nulla dei disagi, della vita dura, del cibo sempre uguale.
Cerco di guardare fuori dal finestrino, ma non si vede molto. Continua a piovere a dirotto e procediamo con difficoltà nel fango alto mezzo metro. Sorpassiamo una lunghissima colonna di militari in marcia. Hanno un'aria così miserabile! Ci sono dei lavori in corso lungo tutta la strada e si procede ad un solo senso di marcia, per cui siamo continuamente fermi per far passare i camion che arrivano in direzione opposta. Osservando questi operai mi vengono in mente le fatiche di Sisifo, di dantesca memoria.
Il monsone, di notte, distrugge quello che loro fanno di giorno. Il lavoro è pressoché tutto svolto a mano: piccozze, mazze, vanghe, cazzuole… Alle vanghe si lavora in tandem: l'uomo la affonda nel terreno, la donna tira la corda legata alla base del manico, per aiutare lui a sollevarla piena di terra.
La strada costeggia il fiume Trisuli, dove si fa rafting. Vedo alcuni gruppetti di turisti con ricco equipaggiamento e nepalesi laceri che gli fanno da factotum.
Ci fermiamo a Mugling per mangiare. Ci sono decine di ristorantini sulla piazza principale e salta subito all’occhio la differenza fra quelli per nepalesi only e quelli per turisti. Pur essendo molto semplici, questi ultimi hanno quell’aria kitch che spesso hanno i posti per stranieri nei paesi poveri, quando non sono fatti con grandi capitali.
Siccome il pullman su cui mi trovo non è per turisti, ma è un normale pullman di linea ed io sono l’unica forestiera, l’autista si dirige verso uno dei ristorantini per locali. Chissà quant’è la sua commission per portarci qui: il pasto gratis o anche qualcosa di più?
Io non mangio, non perché non mi fidi, come succede a molti turisti che vengono in paesi come questo, dove l’igiene non è certo al primo posto, e poi gli fa schifo tutto, ma perché quando sono in viaggio non mangio mai. Dato che la sosta è di mezz’ora, faccio un giro per il paese.
Sarà anche a causa della pioggia e del fango, ma che squallore!
Davanti ad una catapecchia vedo un gallo e una gallina legati insieme per una zampa. Il gallo vuole andare da una parte, la gallina dall’altra e si strattonano a vicenda, cercando di liberarsi dal nodo che li tiene legati. Ecco: per me essi rappresentano il simbolo, in versione animalesca, di ciò che è il matrimonio per le persone.
Poco oltre, c’è uno stagno con molte oche che nuotano allegramente. Arriva il loro custode o padrone e gli lancia un verso. Starnazzando allegramente le oche si raccolgono in fila indiana, nuotano veloci verso di lui, poi escono di corsa dall’acqua e lo seguono, sempre in fila indiana.
Torno indietro sulla piazza. Tutti hanno terminato di mangiare, per cui si sale sul pullman e si riparte.
h. 19 Janakpur
Io adoro viaggiare da sola, ma ci sono momenti in cui il mio entusiasmo scompare. Avevo letto sulla guida che Janakpur è “Indian in every respect except politically”, ma gli sguardi, i commenti, le risate di cui sono stata fatta oggetto nel percorso dalla bus station all’hotel, mi hanno provocato un senso di disagio e di oppressione. In Nepal è una cosa che non esiste e non vi ero più abituata.
Anche il Welcome Hotel, suggerito dalla guida, è indiano: è di proprietà di un indiano che vive lontano da qui, è stato costruito da indiani, è gestito da indiani, affollato di indiani…
Già dalla hall, al piano terra, si avverte un puzzo di piscio che toglie il respiro. Salgo gli scalini ingombri di ogni sorta di immondizia tra muri scrostati, alla luce fioca di lampadine che danno all’ambiente un’atmosfera da incubo…
Mi fanno vedere alcune stanze: piccole, soffocanti, con una finestrella in alto, sembrano le celle di un carcere medioevale. Non soffro di claustrofobia, ma non riuscirei a passare la notte in un posto come questo.
E che prezzi, poi! Molto più alti di quelli indicati dalla guida. Per ultimo, mi mostrano la suite, all’ultimo piano, per la quale chiedono la somma spropositata di 350 rupie. La descrivo: per terra, ci sono i resti accartocciati e sollevati a mo’ di trappola per l’infelice che occupa la stanza, di quello che molto tempo fa è stato un linoleum; l’arredo consiste in un tavolino traballante, un divanetto in finta pelle tutto sfondato e con le molle in bell’evidenza, due letti con lenzuola macchiate, muri e soffitto scrostati come quelli delle scale.
In bagno ci sono delle grosse chiazze marrone dappertutto: sulle piastrelle bianche dei muri, sulla vasca da bagno e sul water, causate da un liquido marrone, che loro chiamano acqua. Scarafaggi grossi come noci entrano ed escono dai buchi. Apro il rubinetto e poi la doccia ed esce lo stesso liquido spesso e marrone che vedo scorrere dappertutto. Mi dicono che c’è shortage of water, l’acqua che scende dal rubinetto è quella del fondo della cisterna dell’acquedotto. Ma allora perché lo spreco delle perdite in bagno? E poi… shortage of water nella stagione delle piogge? Ma se fuori sta diluviando!
Scendo nella hall a chiedere un asciugamano per pulirmi le mani, dopo essermele bagnate con quest’acqua. Me ne danno uno talmente incrostato di sporco che non ho il coraggio di usarlo. Dato che c’è il ristorante, chiedo un pot of tea, senza latte né zucchero. Mi portano un bicchiere di dolcissimo tè al latte, comprato fuori da uno dei tanti tea makers lungo la strada e rivendutomi ad un prezzo 5 volte superiore. Poiché non ho voglia di mettermi a discutere, decido che d’ora in poi non chiederò più nulla, pagherò la somma pattuita per la stanza, anche se la trovo esagerata e domani me ne tornerò a Katmandu, anche se avevo programmato di fermarmi qui più a lungo.
Mi metto a letto con un sottile senso di angoscia: qualcuno degli indiani che ho visto ciondolare ubriachi qui intorno e bere birra in quantità sul terrazzo proprio fuori della porta della mia camera, non verrà mica ad importunarmi stanotte? Per non sentirli più schiamazzare decido di mettermi i tappi di cera.