Namaste Nepal
Mezz’ora prima della partenza sono sul pullman, che a poco a poco si riempie. Sale una donna tibetana con bambina piccola, ma non ci sono più posti liberi. Poiché nessuno fa il gesto di cederle il proprio, mi alzo io e le faccio segno di sedersi. Lei accetta con un sorriso e comincia ad allattare la bambina. E’ però molto preoccupata per il contenuto del sacco che ha lasciato nel corridoio del pullman ed allontana decisa chiunque tenti di sedervisi sopra. Mi ha detto che ha un negozio, è probabilmente venuta a Janakpur per far rifornimento, chissà che lì dentro non ci siano sacchetti di patatine fritte, pop corn o altre americanate del genere che, purtroppo, stanno diventando popolari anche qui. Dopo circa due ore di viaggio, ci fermiamo per caricare grossi sacchi di nepalese cucumbers. Il peso totale di questa merce, arguisco dalla fatica che fanno gli uomini per issarla sul tetto del bus, è di molti quintali. “Speriamo che i pneumatici siano robusti!” commento con un compagno di viaggio. Il pullman è infatti già strapieno, considerate le condizioni delle strade…
Sono, purtroppo, profeta di sventura: dopo neanche mezz’ora, uno dei pneumatici posteriori esplode. Due o tre uomini approfittano di questa sosta forzata per andare a fare pipì. Hanno con loro la pila, ma nessuno si ferma a far luce a quel povero diavolo di autista che, sotto una pioggia scrosciante e nel buio più assoluto, deve cambiare la ruota. Scendo io a fargli luce, contorta in una posizione scomodissima, per dirigere il raggio di luce sotto il pullman, al centro del quale le ruote di scorta sono assicurate da catene, che vanno fatte scorrere. L’operazione richiede quasi mezz’ora ed alla fine sono bagnata fradicia. Purtroppo i pneumatici si afflosceranno ed andranno sostituiti altre quattro volte. Poiché non abbiamo tutti questi pneumatici di scorta, dobbiamo fermarci due volte a delle stazioni di servizio per averli riparati subito. Per queste volte successive però, mi sono limitata a imprestare la pila, senza più scendere. Gentilezza sì, ma non a costo di una polmonite!
Il viaggio notturno, anche se periglioso e funestato di incidenti, è stato bellissimo: attraversare questi villaggi in cui l’unica luce è quella delle candele o delle lampade a kerosene, dà l’impressione di essere in un presepe.
A Bardiwas sale una donna molto malata, la portano all’ospedale a Katmandu. I giovani e gli uomini intorno a lei fumano una sigaretta dopo l’altra. Nessuna considerazione per lei che riesce a malapena a tirare il fiato. A proposito, propongo di modificare il detto: “fumare come un turco” in “fumare come un nepalese”. In nessuno dei paesi in cui sono stata sinora ho mai visto dei fumatori così accaniti come i nepalesi.
Continua a piovere a dirotto ed io non riesco a vedere nulla attraverso il vetro anteriore dell’autobus. Improvvisa, la folgorazione: questo pullman non ha i tergicristalli! Procediamo in un muro d’acqua alla cieca. Decido di chiudere gli occhi e di tentare di dormire, per evitare altri colpi al cuore. Non passa molto tempo che mi sento scuotere da qualcuno,. Apro gli occhi e vedo un uomo che, con voce ed atteggiamento un po’ alterati, mi dice: “Foot down! Foot down!”. Sul momento non capisco che cosa voglia dire, poi mi rendo conto che devo cambiare posizione ai miei piedi, che avevo appoggiato in alto. Essi sono considerati dagli indù la parte più impura del nostro corpo, bisogna quindi sempre tenerli in basso, lontani dalla testa. Spesso i tabù religiosi coincidono con norme igieniche o, comunque di conservazione della vita, ma in questo caso succede l’opposto. Comunque, eseguo e richiudo gli occhi. Ma è destino che non riesca a dormire. Ad una delle tante fermate, sale una donna alta e piuttosto robusta che, dopo aver accantonato ancora di più il mio bagaglio, si siede sopra di me e del mio compagno di posto. La cosa mi sembra all’inizio troppo assurda per essere vera: su questi piccoli sedili non c’è proprio posto per una terza persona, e lei non può pretendere di viaggiare in grembo a noi per il resto del tragitto. Tento prima di farglielo capire col sorriso, ma quando vedo che non si muove, la spingo via. Io
sono di solito gentile fino all’abnegazione verso i nepalesi, ma la prepotenza mi dà fastidio qui come altrove. Ed in questo caso non mi sento neanche in colpa per aver portato via il posto ad una persona del luogo. Il bus è privato ed il servizio di prenotazioni è gratuito. Mi chiedo che tipo di donna sia: è salita sull’autobus da sola, in piena notte; parla, ride, scherza con gli uomini che sono sul pullman; in un paese come il Nepal, dove le donne non vanno in giro da sole neanche di giorno e vicino a casa e non si sognerebbero mai di rivolgere la parola ad estranei, per giunta uomini…
Quando finalmente se ne va, provo a riaddormentarmi, ma la vista degli strapiombi a pochi centimetri dalle nostre ruote non contribuisce certo a distendermi i nervi. Evidentemente però, non è ancora giunta la mia ultima ora ed arrivo sana e salva a Katmandu. Sono le 11 ed abbiamo alle spalle 18 ore di viaggio. I sacchi di cetrioli vengono scaricati; il pesce, che è stato trasportato appeso fuori dal finestrino, viene consegnato al destinatario, il quale lo annusa ripetutamente prima di portarlo via; la donna ammalata, sempre più cadaverica, viene aiutata a salire su di un cycle ricshaw.
E con queste ultime immagini negli occhi, mi avvio a cercare un three wheleer, felice, per una volta, di immergermi nel traffico della capitale.