L'Arte di Viaggiare - Art of Travel - Francis Galton


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TIPI incontrati in viaggio

Namaste Nepal

Alla guest house Marco Polo, di Katmandu, c’è un universitario parigino con ambizioni da giornalista. E’ dotato di intraprendenza, a cui però non fa riscontro una sufficiente esperienza e grinta. E’ reduce da un ‘bidone’ ricevuto a Bangkok da un venditore di pietre preziose. A Katmandu la sfortuna si accanisce contro di lui. E’ affetto da diarrea da due settimane e ha finito tutte le medicine, che non sono servite a nulla.
Gli do’ le mie, che ugualmente non sortiscono nessun effetto. Gli consiglio una terapia naturale, a base di dosi massicce di limoni (nimbu), aglio, e argilla ventilata, che ho portato con me dall’Italia. Dopo due giorni, il peggio è passato. Ma i suoi guai non sono finiti. Il 12 luglio la Banque du Crédit Commercial fa bancarotta. Lui ha con sé soltanto
traveller’s cheques di questa banca, che ora naturalmente nessuno vuole più. Passa giornate intere tra Ambasciata, Ufficio Immigrazione (il visto gli è scaduto), Banche e sede dei Telefoni Internazionali. Alla fine arriva ad un compromesso, la situazione si risolve e lui può partire per il suo trekking solitario sull’Annapurna.


A Pokhara, sto riaccompagnando alla stazione dei pullman Ante Tokic, il croato conosciuto a Tansen. Di ritorno da Katmandu, è passato a salutarmi. Mi viene incontro un tipo in bici, dall’aria affannata. Si ferma, scende dalla bici, mi chiede se parlo francese, e, quando gli rispondo di sì, mi invita ad andare con lui dentro ad una agenzia di trekking, per aiutarlo a capire quello che gli viene detto, dato che lui non parla inglese. Vado, Ante mi aspetta fuori. Lui ha in mente un trekking breve, di 3-4 giorni, ma non ha la più pallida idea di un possibile itinerario e non conosce assolutamente nulla della geografia del Nepal. Io gli traduco i percorsi che il titolare dell’agenzia suggerisce di fare, lui sceglie il più breve, poi dice di dover tornare in hotel per prendere i soldi e pagare l’agenzia. Salta in bici e si allontana rapidamente. Sarà più tornato?


Al ristorante, sto osservando un guru indiano in compagnia di una ragazza occidentale. Ne ho già visti altri. Di solito, l’agreement è: lei paga le spese di hotel, ristorante, ecc… Lui, in cambio, le trasmette i profondi messaggi della filosofia orientale, che prevedono vita semplice e magari un po’ scomoda. Ma un conto è la teoria, un conto la pratica…
Questo guru ha un cappello di paglia con un’enorme tesa e beve il tè lasciando dentro la tazza sia la bustina sia il cucchiaino. Bere il tè in queste condizioni diventa un esercizio di alta acrobazia. Ma il guru non è forse una persona che è ormai al di là dei condizionamenti delle persone comuni?



Uno dei miei passatempi preferiti è quello di osservare la gente. Ecco perché nella città dove abito mi annoio molto: 40.000 conformisti non offrono materiale interessante per l’occhio. Ma qui a Katmandu non è così. Con Nima mi sto allenando a distinguere le persone a seconda del gruppo etnico a cui appartengono. Cosa tutt’altro che facile!


Jane ed Ibrahim hanno deciso di offrire una cena alla guida nepalese che li ha riportati indietro sani e salvi dall’Annapurna Circuit. Vado anch’io, è la nostra ultima cena insieme. Scegliamo lo Utze, un ristorante tibetano. La guida ci dice che un mese fa, mentre lui era sull’Annapurna, sua moglie ha dato alla luce un bambino.
“Come lo chiamerà?” gli chiedo. Non ci ha ancora pensato. Mi fa venire in mente mio padre, il quale, cinque minuti prima che mi battezzassero non sapeva ancora che nome mettermi. Non che mia madre avesse le idee più chiare, in quanto a quello. Narra la leggenda che sia stata una suora a fare la scelta. Il mio nome non mi è mai piaciuto, ma quando penso che quella suora avrebbe potuto avere un debole per nomi come Orsola, Veneranda, Adelaide o Ermelinda, mi considero fortunata!


Un’amica che è stata in Nepal 10 anni fa, mi racconta che si vedevano per strada lebbrosi con piaghe aperte e carni sanguinolente, che cadevano a pezzi in strada. Io non ne ho visti. Ho visto però malattie mai incontrate prima in altre parti del mondo.
In particolare ricordo, alla stazione dei bus a Pokhara, un uomo il cui viso non era ormai altro che un ammasso di concrescenze carnose. Al posto del naso, degli occhi, della bocca c’erano sfere di carne grosse come una palla da golf. All’altezza della bocca, un buco che gli era stato praticato in queste montagnole di carne per permettergli di alimentarsi. Era guidato da un ragazzo e chiedeva l’elemosina.
Ho anche dovuto imparare a controllare le mie reazioni espressive di fronte a deformazioni inaspettate. Una volta, mentre eravano al ristorante a Pokhara e stavamo consultando il menu che un ragazzo ci aveva portato, si è avvicinata al nostro tavolo una donna. Quando ho alzato gli occhi, ho visto che il suo viso era orrendamente deformato dal labbro leporino.
La fessura, dal naso al labbro superiore, era larga come non ne avevo mai viste né immaginate prima.


Spesso mi tornano alla mente i mendicanti di Katmandu ed i bimbi abbandonati, che vivono in strada, vicino ai depositi dell’immondizia.
Ricordo il paralitico che stava davanti all’Immigration Office, punto di passaggio di molti turisti. Veniva portato la mattina verso le nove e sdraiato per terra – le sue gambe erano completamente atrofizzate – con un ombrello sistemato sulla testa per proteggerlo dal sole e pioggia. Gli veniva dato uno strumento a percussione, un tamburello con manico e due tappi in cima a delle stringhe. Per tutto il giorno lui ruotava questo tamburello, accelerando il movimento ogni volta che arrivava un turista.

Pokhara – Butterfly guest house.
Ore 15: sono a letto e sto sonnecchiando, per ritemprarmi un po’ dalla camminata di ieri a Mehendra Gufa. All’improvviso, porte sbattute da far tremare tutta la casa, urla, insulti pesantissimi, cose lanciate dalle finestre del primo piano in cortile (la mia stanza è a piano terra). Che succede? Esco a vedere: la coppia di Como sta avendo un “piccolo” alterco. Insulti pesantissimi vengono lanciati da entrambe le parti, lei cerca di chiudere fuori dalla stanza lui, lui è deciso a buttar giù la porta. Com’è tipico in Nepal, nel giro di cinque minuti c’è qualche centinaio di persone tutt’intorno che assiste divertita ed incuriosita all’inatteso spettacolo. Govindan, il proprietario della guest house è verde, sia perché teme dei danni all’edificio ed al mobilio, sia per il fatto di trovarsi sulla bocca di tutti. Chi non è stato in Nepal non ha idea di che cosa significhi in questo paese “l’interessarsi ai fatti altrui”. Basti dire che quello stesso pomeriggio, quando, per sottrarmi allo sconcio di quello spettacolo ho deciso di fare un giro in paese, decine di persone, mai viste né conosciute, mi fermavano per sapere che cosa fosse successo quel pomeriggio alla Butterfly g.h.


Quando sono tornata, la sera, le acque si erano placate. Bilancio dei danni: passaporto di lei fatto a pezzi, occhiali di lui ridotti in frantumi. Questi i danni meno facilmente riparabili, poi ce n’erano altri. Sono state assegnate loro stanze separate, visto che non hanno voluto saperne di accettare l’invito di Govindan ad andarsene. Il bello è che due giorni dopo andavano nuovamente d’amore e d’accordo!
Nella guest house di fianco alla mia c’è un afgano biondissimo e con gli occhi azzurri. Ha grandi progetti per il futuro, vuole diventare un corrispondente dal Sud-est asiatico per qualche importante giornale tedesco. Attualmente vive con sua madre, separata dal marito, in Germania. E’ molto informato, non mi sembra spaccone. Ma gli piace troppo passare le serate a fumare hashish fino a tardi e la mattina dorme sino a mezzogiorno.
Il giorno in cui io sono partita da Pokhara, lui avrebbe dovuto prendere il pullman con me, diretto a Katmandu ma, come al solito, è rimasto addormentato e l’ha perso. Non gli devono far difetto i soldi, se li può sprecare così. Il biglietto per Katmandu costa 100 rupie!


In una guest house lontana dal paese, situata in un posto molto bello, sul lago, molto economica, ma che ha il difetto di avere le stanze al piano terra, proprio sotto a quelle occupate da decine di galline, vive una coppia di inglesi del Devon. Sono molto mal messi, i vestiti piuttosto sporchini.
At home, mi dicono, vivono in una roulotte, parcheggiata in campagna. Si lavano nel torrente ed usano le candele per far luce. Qui, per risparmiare le rupie della guest house cercano in affitto una capanna da qualche Gurung (uno dei 30 gruppi etnici nepalesi), dall’altra parte del lago.



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