Namaste Nepal
Oggi è il turno di Swayambu, l’altro grande stupa vicino a Katmandu. Ci vado a piedi, da Thamel sono 20 minuti. Lo vedo brillare, alto sulla cima della collina verde di alberi. E’ il più antico del Nepal, ed è lo stupa dell’Adhi Buddha, il Buddha originario, che si rivelò qui, nella fiamma di un loto. Secondo la mitologia, infatti il tempio venne edificato nel luogo dove ancora bruciava la piccola fiamma, per custodirla e proteggerla. Le sue fondamenta risalgono a 2500 anni fa, anche se la sua forma attuale è del XIV secolo.
I piccoli santuari e la maggior parte delle costruzioni che coronano la collina sono stati costruiti tra il XVII e il XVIII secolo.
Gli scalini, ripidissimi nell’ultimo tratto, arrivano proprio di fronte al gigantesco vajra, la folgore di Indra, simbolo buddista di potenza indistruttibile. E’ posto su di un piedestallo di pietra, dove sono scolpiti 12 animali, che rappresentano i dodici mesi dell’anno tibetano. La terrazza è coperta da piccoli templi votivi, una pagoda e numerose statue, ma la parte maggiore è occupata dal grande stupa. Una colossale statua di Buddha ne segna l’entrata.
Costituito da un emisfero di terra e mattoni, il tempio è sormontato da un cubo, sulle cui quattro facce bronzee sono dipinti in rosso, bianco e nero gli occhi compassionevoli del Buddha, il Terzo Occhio della Saggezza ed il naso, il numero uno, simbolo dell’unità.
Ad ognuno dei punti cardinali si trovano le quattro nicchie dei Dhyani Buddha in meditazione. Tutto l’impianto del tempio segue regole che hanno un preciso significato simbolico. Anche qui una fila di mulini di preghiera, anche qui centinaia di lampade votive che consumano ogni giorno quintali di burro, anche qui simboli indù, pur essendo questo un complesso buddista. E’ la prima volta che vedo questa commistione, ma mi capiterà ancora molte volte di incontrarla.
E’ presto, non ci sono turisti in giro e l’atmosfera è bellissima.
Ci sono uomini e donne che vengono a portare le offerte mattutine ed a pregare. Altri vengono a far celebrare una Puja dall’officinante, che siede per terra, davanti ad uno dei tempietti laterali, munito di riso, fiori, incenso, polverine misteriose... tutta la parafernalia, insomma, necessaria per queste occasioni.
C'è un uomo che spruzza zafferano sui piccoli chaitya. Leggo sulla sua maglietta: EAT DESSERT FIRST, LIFE IS UNCERTAIN. La
più materialista delle scritte per la più spirituale delle azioni.
Mentre siedo sul parapetto, godendomi il sole ed il bellissimo panorama, una delle centinaia di scimmie che vivono qui, avvicinatasi senza che io la notassi, mi si avventa contro. Faccio un salto indietro, temo di essere morsa. Ho letto che molte di queste scimmie sono malate e possono trasmettere la rabbia. Cosa che mi sarà confermata da una scienziata tedesca, in Nepal per studiare il comportamento delle scimmie. In quanto al motivo dell'attacco, lo ha spiegato con il fatto che quella scimmia era stata probabilmente provocata o maltrattata in precedenza da altre persone e questo l'aveva resa aggressiva verso ogni essere umano. Sulla via del ritorno mi aggrego a due milanesi upper class con guida nepalese. Prendiamo una scorciatoia e attraversiamo un ponte traballante, sul Vishnumati River, mentre sotto di noi bambini e maiali sguazzano nella melma. Quando ci lasciamo, si avvicina una straniera per chiedermi un’informazione. E’ italiana, nonché sannyasin, seguace di Rajneesh. Con un forte accento veneto, cantilenante, mi spiega perché ha deciso, alcuni anni fa, di seguire questo guru e e di come sia felice di questa scelta. E’ qui soltanto per motivi di visto. Quando ci salutiamo, le dico che probabilmente ci incontreremo ancora, Katmandu è piccola, Thamel più piccola ancora.
“Se il nostro Karma lo consentirà…” risponde. Il Karma non lo ha consentito, non ci siamo mai più viste.