Namaste Nepal
Sveglia alle 5. Alle 5,30 sono alla bus station. Individuo il bus per Pokhara, ma è rotto.
Adotto l’atteggiamento nazionale, che è quello di attendere. Poiché alla biglietteria non sanno dire quanto l’attesa possa essere
lunga, mi trasferisco anch’io al caffè, dove sono tutti gli altri passeggeri. Un nepalese piccolo, magro, che dimostra 18 anni, ma deve averne di più, visto che è un esperto agricolo, mi propone di andare con lui: la sua idea è di fare a piedi i 2 chilometri fino alla strada principale che viene da Bhutwal, ed aspettare lì il primo autobus, che non dovrebbero tardare molto. Controllo l’informazione con un americano che si trova per caso alla bus station. Lui conferma essere una buona idea, è quello che farebbe anche lui. Ci buttiamo allora giù per il sentiero più scosceso, scivoloso, difficile, che nei miei ormai due mesi di camminate in Nepal mi sia capitato di trovare. Riesco a mantenermi in piedi solo perché procedo molto adagio e con cautela. Alcune donne nepalesi, a piedi nudi, mi sorpassano a destra ed a sinistra. Io osservo i loro piedi: sono molto diversi dai nostri, praticamente sono a triangolo, molto larghi davanti, con dita robuste e prensili, che fanno buona presa sul terreno. Noi, con i nostri piedini di burro, frutto di una ‘evoluzione’ (o involuzione?) verso la ‘civiltà’, ce lo sognamo di tener loro dietro!
Il mio cavaliere nepalese cammina a mezzo metro davanti a me, girato indietro e pronto a fare un ‘placcaggio’ nel caso dovessi scivolare.
Quando stiamo per arrivare alla strada principale, sento il rumore di un motore. Sembra quello di un camion o di un pullman. Poiché Oman non fa nessun gesto di accelerare l’andatura, “Presto! – gli urlo – corri giù in strada a vedere se è il nostro bus!”. Lui, in quattro balzi, è in strada. E’ proprio il nostro pullman, naturalmente strapieno. Ma la gentilezza del mio compagno di viaggio e di sventure è tale che, prima di scendere, (lui scende dopo neanche un’ora di viaggio) si informa presso vari passeggeri seduti, dove siano diretti. Poi, mi indica quello che scenderà per primo, suggerendomi di stare in piedi accanto al suo sedile, pronta ad occuparlo quando lui si alza.
Mi guardo intorno: il bus è la solita ammucchiata di scolari con cartelle della stessa foggia della mia quando andavo alle elementari, donne che allattano, uomini con sacchi e merce varia appena comprata o da vendere.
Alla stessa stazione in cui io riesco a sedermi, sale una persona che, nonostante lo scrutinio a cui l’ho sottoposta nel corso del viaggio, non ho capito se è un ragazzo o una ragazza. Somiglia in modo straordinario al Bacco del Caravaggio, il viso pienotto ed i capelli neri a caschetto. E’ handicappata, parla con molta difficoltà, chiede soldi a tutti. Una donna anziana, comincia a prenderla in giro.
Di lì a poco, tutto il pullman ride di lei. Lei reagisce come può, facendo l’espressione minacciosa e colpendo con pugni non forti le persone che la deridono. Questo la fa diventare ancora di più bersaglio degli sberleffi: tutti evitano ridendo i suoi pugni e, ridendo, fingono di restituirglieli, per provocarla maggiormente. Dopo poco più di un’ora, questa persona, a cui non
era stato chiesto di pagare il biglietto, scende, senza apparente motivo. Probabilmente è scesa per sottrarsi allo scherno, ma alla fermata si guarda intorno spaesata. Si vede che questa fermata od un’altra, per lei non fanno differenza, tanto non ha un posto dove andare o qualcuno che l’aspetti, che si prenda cura di lei. E’ stata probabilmente abbandonata dai genitori, come succede ai figli, specialmente se handicappati, di famiglie povere. Spesso è la legge della giungla: chi non è in grado di darsi da fare a provvedere al proprio sostentamento e non pesare sulla famiglia sin da piccolo, viene abbandonato al suo destino.