Namaste Nepal
Oggi andiamo all’Ospedale Missionario United Mission. E’ piuttosto lontano dal paese, in una bellissima valle e la strada per arrivarvi attraversa un paesaggio vario ed interessante. Vorrei tanto riuscire a rendere l’idea, ma solo i grandi scrittori possono cimentarsi nel compito di ricreare le emozioni che dà la vista di un paesaggio.
E’ questa l’ora in cui i bambini escono da scuola: alcuni di loro, più grandicelli, si sono arrampicati sui rami più alti di un albero che si protende sullo strapiombo. Tento di convincerli a scendere, ma loro, per tutta risposta, mi lanciano ridendo un ramo carico di frutti simili alle nostre ciliegie, ma molto più acidule ed amare.
Incrociamo delle mandrie di mucche che tornano alla stalla per essere munte e delle donne che portano nelle bacinelle issate sul capo i panni lavati alla fonte.
Arriviamo all’ospedale. Fuori c’è una ressa terribile, dovuta al fatto che per ogni nepalese ricoverato, ci sono in media venti parenti che stazionano nelle vicinanze. Per solidarietà, certo, ma anche per scambiare con i conoscenti le ultime notizie, per combinare matrimoni ed affari. E’ anche questa un’occasione sociale importante!
Entriamo e, mentre Ante chiede di parlare con il direttore per chiedergli se c’è qualche lavoretto per lui, io cerco qualcuno dei medici europei. Mi indirizzano dalla dott.ssa Alison, irlandese. E’ impegnatissima, ma risponde con cortesia alle mie domande. Le chiedo quali siano le malattie più comuni che loro si trovano a dover curare. “Gastroenteriti – mi risponde – tubercolosi e fratture”. Queste malattie mi sembrano uno specchio fedele delle condizioni in cui sono costretti a vivere i nepalesi.
Poiché ora non può dedicarmi tempo mi suggerisce di attenderla nella guest house dell’ospedale, bevendo un tè, ma Ante, deluso perché non ha trovato lavoro, vuole andare via. Ma che lavoro può mai esserci per lui, ingegnere navale, qui in mezzo ai bricchi?