Namaste Nepal
Una delle cose piacevoli del risveglio mattutino, che mi succede soltanto quando sono in vacanza, è quella di avere in mente una canzone, affiorata attraverso non so quali percorsi interiori. Stamane è la volta di As time goes by. Che la motivazione, anziché psicanalitica, stia nel fatto di aver visto ieri un nepalese tappato come Humphrey Bogart nel film Casablanca? Rappresentava una tale stonatura, che mi ha colpito non poco
Canticchiando questo bellissimo motivo, mi alzo. Sono le 4,45, fa freddo, fuori piove a dirotto. Faccio un giro per l’hotel, dormono ancora tutti. Ho bisogno della toilette, ma quella del mio piano non è agibile, perché la stanno ristrutturando. Vado allora al piano di sopra, ma tra il corridoio ed i servizi vi è una stanza occupata da nepalesi, che dormono ancora. Giù alla reception mi hanno detto di non farmi scrupolo di svegliarli, ma non mi oso. Andrei volentieri a bere un tè per scaldarmi, ma prima devo fare pipì.
Finalmente quelli che occupano la stanza si alzano, così vado in bagno e, subito dopo, al tea shop. La stazione dei bus è più animata che mai. Questa è anche l’ora in cui gli autisti dei vari pullman in partenza danno sfogo alla loro passione più sfrenata: quella di schiacciare l’acceleratore in modo da far girare il motore al massimo, con grande emissione di fumo e di rumore. Per sottrarmi a questa tortura, decido di approfittare di queste ore libere della mattinata (questo pomeriggio andrò con Tokic e Siddharta sulle Shrinagar Hills) per andare a visitare le Cottage Industries. Esse fanno parte di un progetto di aiuto straniero e, a giudicare dal cartello sullo stradone che le pubblicizza, sono state create di recente.
Il vedere da vicino qualcuno di questi progetti di cooperazione con i paesi in via di sviluppo è stato uno dei motivi del mio viaggio in Nepal. Avevo letto parecchie cose prima di partire, tra cui l’interessante libro di Charlie Pye-Smith Travels in Nepal – The sequestered Kingdom. Altre cose le ho lette alla British Library di Katmandu. Scoraggiante. Ecco gli obiettivi che i primi progetti americani si prefiggevano negli anni ’50:
Nessuno di questi, si direbbe, è stato raggiunto!
Tra i commenti riportati sotto c’è il seguente: “in a hindu society not only would life always be as it had been, but any attempt to interfere with the unchanging cycle of life would be sacrilegious”. Come primo ostacolo con cui fare i conti, non c’è male! In questa frase credo che siano sintetizzate le difficoltà, per una cultura in continuo cambiamento come la nostra, di rapportarsi in modo corretto e rispettoso con una cultura immobile come quella nepalese. Purtroppo gli interventi stranieri, anziché tener conto di questa situazione, si sono sovrapposti nonché imposti, con il risultato di aver spazzato via i loro valori e raggiunto risultati fallimentari. Basti pensare che molti di questi progetti, anziché incentivare delle attività, hanno creato una dipendenza economica, abituando i locali alla corresponsione di soldi, senza il corrispettivo di un lavoro.
Ecco perché in un altro libro interessante, ‘Foreign aid and Politics in Nepal’ scritto da Eugene Bramer Mihaly, il consuntivo dell’intervento straniero è il seguente:
“The impact of foreign aid has probably harmed rather than furthered Nepal’s long-range prospects for economic growth and political stability”.
Il capannone, sede di questo laboratorio tessile, è circondato da un giardino con piante e fiori. Entro nei locali degli uffici: sono vuoti, non c’è nessuno. Entro allora nel laboratorio vero e proprio: nel primo stanzone ci sono due telai coperti di ragnatele. Nel secondo stanzone c’è un uomo in un angolo, che tesse usando una ruota di bicicletta. Per il resto, il locale è completamente vuoto. Provo a rivolgergli qualche domanda, ma non parla inglese. Dopo un’ultima occhiata a questo stanzone sporco, polveroso e pieno di ragnatele, me ne vado.
La cosa assurda è che tutt’intorno a questo monumento allo spreco ferve il lavoro ai telai: ogni bugigattolo ne ospita almeno uno, piccolo, montato su una ruota di bici.
A Tansen si produce il tessuto usato per fare i topis, i copricapi nepalesi a forma di bustina. Perché l’aid project, organizzato come cooperativa non ha funzionato, mentre queste piccole boite dove si lavora sotto padrone sono attivissime?
Torno in albergo e, all’improvviso, mi sento male. Il cuore perde colpi, sento un gelo nelle ossa.
Se la mia ultima ora è giunta, devo dire che dimostra un tempismo eccezionale. Alla bus station è infatti in corso un funerale, basterebbe procurare una seconda bara. E’ un funerale comunista, con molte bandiere rosse. La cassa viene issata sul tetto del bus, i compagni prendono posto dentro il pullman. Temo che la persona deceduta possa essere uno degli hunger strikers accampati qui dietro l’hotel. Ne ho incontrati in altre città e villaggi del paese di questi gruppi che fanno lo sciopero della fame. E’ l’ultima risorsa a cui ricorrono questi civil servants per protestare contro le paghe ‘da fame’, è il caso di dirlo, che il Governo gli dà.
Ma torniamo al funerale: chiedo informazioni a Siddharta, è possibile che uno degli scioperanti sia morto?
“Maybe” risponde lui, con la sua solita flemma. E continua, imperturbabile, a mangiare il suo panino.
Mi metto a letto, coprendomi con la panchmina che ho comperato qui e con la sporchissima trapunta. Questa è talmente puzzolente che se il malore non mi passa in fretta, morirò asfissiata. Per il momento, mi provoca intorpidimento e prendo sonno.
Mi sveglio a mezzogiorno, fuori c’è un bel sole. Vado a cercare Ante e Siddharta e partiamo per le Shrinagar Hills. Prima però, Ante vuole bere la sua consueta razione giornaliera di siero di latte.
C’è una brezza deliziosa, che mi fa rivivere. Ci sediamo per un po’ all’ombra dei pini. Arrivano due ragazzi nepalesi, con la divisa scolastica e si siedono vicino a noi. Cominciano a parlare, facciamo loro delle domande, ma il loro inglese è molto povero. Mi mostrano i libri su cui studiano questa lingua. Sono testi che presuppongono un’ottima conoscenza dell’inglese: vi sono brani di letteratura, di analisi sociale, di storia, seguiti da domande molto impegnative, a cui si deve rispondere anche per scritto. Chiedo loro chi ha completato le risposte e loro mi dicono loro stessi. Non gli credo: la maggior parte dei nepalesi acquista libri
scolastici di seconda mano ed è l’unico modo per spiegare la discrepanza fra la loro conoscenza dell’inglese, veramente minima, e quella richiesta per essere in grado di rispondere a quelle domande.
Ci rimettiamo in marcia. Queste colline, un tempo ricoperte di alberi, sono ora quasi completamente brulle, fatta eccezione per alcune pinete. Purtroppo, l’altissima crescita demografica del Nepal, porta ad uno sfruttamento intensivo di tutte le risorse del paese, in primo luogo del legname. Se non sarà attuata una reforestation su larga scala, nel giro di qualche anno il danno sarà irreparabile.
Attraversiamo un minuscolo villaggio. In una delle case, c’è una donna anziana che tesse a mano e a ‘piede’ (visto che usa l’alluce del piede destro per tenere teso l’ordito), quelle strisce che loro applicano alle ceste per trasportarle ‘appese’ alla fronte. Per 10 rupie ne compero due, hanno dei colori bellissimi, le unirò per farci una cintura.
Poco più oltre avvertiamo un profumo delizioso: una donna sta cucinando dei funghi per i suoi familiari. Sprezzanti del pericolo, Tokic ed io facciamo chiedere alla donna da Siddharta se possiamo averne tre piccole porzioni. Lei acconsente sorridendo. Ed io sono sempre più conquistata da questa gente semplice e gentile, che accoglie ed esaudisce con un sorriso le ‘strane’ richieste dei forestieri. Quanti di noi italiani farebbero altrettanto verso gli stranieri?
A dispetto del loro colore, che è quello che da noi hanno i funghi velenosi, il sapore è buonissimo. E, dopo tanto riso e lenticchie, li apprezzo ancora di più.
Stiamo per ripartire, quando arriva un nepalese che ha qualcosa di militaresco nella camminata. Gli faccio chiedere da Siddharta se è stato nei Gurkha.
“Sì - risponde sorpreso - come ho fatto ad indovinarlo?”.
Scopro poco dopo che è ubriaco fradicio di chang, cosa che non pregiudica assolutamente il suo senso dell’equilibrio nel muoversi e camminare su questo terreno accidentato. Non pago di tutto l’alcool che ha già tracannato, ne chiede un altro bicchiere ad una donna che gestisce una specie di tea-shop.
“Lei non potrebbe darmelo – mi dice con fare furtivo – è illegale!”. E mi fa promettere di non fare parola con nessuno di quello che ho visto.
Devo ammettere di essermi un po’ divertita alle spalle di quest’uomo. Poiché è rimasto impressionato dal fatto che ho indovinato il suo passato e poiché non è completamente in sé, ho sempre risposto alle sue domande in modo paradossale, con voluta esagerazione. Quando mi ha chiesto l’età, ho risposto di avere 75 anni. “Come è possibile – rispondeva lui – se mia moglie qui ne ha 35 e ne dimostra molti più di te?”.
Gli ho fatto allora credere che era grazie alle mie arti magiche se mi mantenevo giovane. In un paese come il Nepal dove la magia ha così grande spazio nella vita quotidiana, non è difficile far credere una cosa simile.
“Perché non usi allora le tue arti magiche su mia moglie e la fai ringiovanire un po’?” mi chiede.
“La mia potenza magica ha dei precisi limiti territoriali, purtroppo – gli rispondo – fuori dei confini del mio paese gli spiriti buoni che mi aiutano non hanno potere”.
Arriva un grosso gruppo di nepalesi, uomini e donne, carichi come muli di sacchi di riso e sale. Decidiamo di aggregarci a loro, andiamo nella stessa direzione. Quando sono costretti a fermarsi, stremati dalla fatica, per riprendere fiato, ci guardano in viso ed i loro lineamenti, contratti dalla fatica, si distendono in un meraviglioso sorriso, quasi a scusarsi del loro limite.
Sono ormai tre ore che siamo in marcia e decidiamo di tornare. Mi fermo a fotografare delle bellissime tombe in pietra lavorata, di stile anglosassone. Cimitero per stranieri o per nepalesi ricchi con manie occidentali?
A Tansen, Tokic va a ritirare una enorme bandiera croata, da lui commissionata ad un atelier di artisti locali. Ha intenzione di usarla per le foto che si farà scattare nelle diverse tappe del suo viaggio intorno al mondo