Namaste Nepal
E’ una bellissima giornata di sole che valorizza il lussureggiante paesaggio. Sono l’unica straniera sul bus, nonostante questa sia una rotta turistica, in quanto questa strada collega Pokhara con Sunauli in India. Nessuno di questi turisti fa però la deviazione che dalla strada principale porta, dopo qualche chilometro, a Tansen. E questo, in fondo, è un bene, perché in questo modo la città è rimasta intatta, con la sua vita vera, autentica, non toccata dal turismo che tutto distrugge, tutto corrompe. Il pullman svolge anche servizio postale e questo non contribuisce certo ad accelerare la nostra media oraria che si aggira, credo, sui 30 chilometri orari. Appena arriviamo nei vari villaggi l’aiuto autista lancia fuori dal finestrino il sacco blu con la corrispondenza e prende al volo quello che gli viene lanciato dall’uomo che ci sta aspettando.
Dopo circa tre ore di viaggio, vedo lo stesso aiutante munirsi di un bastone. In genere serve loro per far spazio al pullman tra le greggi o le mandrie che sono sulla carreggiata. Ma qui l’impiego del bastone è un altro: lungo il percorso ci sono frotte di bambini che stanno andando a scuola e che si arrampicano agilmente sul tetto del bus per farsi scarrozzare gratis fino all’edificio scolastico che, stranamente, è fuori del paese. Sporgendosi dalla porta posteriore, l’aiuto autista li colpisce con la pertica, impedendo loro di salire.
A pomeriggio inoltrato, arriviamo a Tansen. L’hotel consigliato dalla Lonely Planet è proprio sulla piazza che funge da bus station. Entro: il receptionist dorme profondamente. Provo a chiamarlo, a scuoterlo, ma non riesco a svegliarlo. Questa è una cosa che ho già sperimentato più volte in India: il sonno di questi orientali è una specie di coma, da cui è difficilissimo farli riemergere allo stato cosciente. Sto per rinunciarvi ed andare nell’altro hotel suggerito, che però è molto lontano dal paese e molto costoso, quando arriva una donna di mezz’età, grassa e paciosa, che mi tira di nuovo dentro per una manica. Non parla una parola d’inglese, ma va a chiamare il proprietario di un negozio di scarpe che è sotto l’hotel e, un po’ a parole un po’ a segni, ci spieghiamo. Mi fanno vedere la stanza: è una delle più lerce che io abbia mai visto, in più rumorosa per i pullman che son proprio davanti. Decido però di restare e mai decisione fu più felice. In questo hotel, infatti, ho passato alcuni dei giorni più belli del mio soggiorno in Nepal. Tanto per cominciare, la signora grassa ed il bello addormentato, che ho scoperto chiamarsi Sid Lharta ed essere poi essere suo nipote, proprietari dell’hotel, si sono rivelate delle persone deliziose, molto sollecite ed amichevoli. Certo, la sporcizia è tanta, ma questo si spiega con il fatto che l’hotel è per nepalesi, non per turisti, ed i loro standard di pulizia sono quelli che sono… Per fare un esempio: la camera accanto alla mia è occupata da una coppia sicuramente in viaggio di nozze, che la notte, quando il rumore dei pullman diminuisce provvedono a tenermi sveglia con rumori inconfondibili… Inoltre , si sono portati dietro, volenti o nolenti, una quindicina di componenti delle loro famiglie, dai 10 agli 80 anni, che si sono tutti accampati in un’unica stanza dall’altra parte del corridoio. Credo comunque che la privacy garantita in questo modo alla coppia sia una circostanza del tutto eccezionale nella vita di un nepalese… Dicevo della pulizia: ebbene, ho intravisto le stanze occupate da questi nepalesi e vi garantisco che lo spettacolo è disgustoso. Lo strato di rifiuti di ogni genere (bucce e torsoli di frutta, riso, avanzi di verdure e salse, cenere e mozziconi di sigarette, cartacce, betel masticati con relativi sputi…) copre con uno spesso strato il pavimento. E’ quindi comprensibile che, anche dopo che questa montagna di immondizia sia stata rimossa, le condizioni della stanza siano quelle che sono. Per non parlare delle lenzuola poi…
La sera, quando scendo nel ristorante, chi vi trovo? Ante Tokic, 23enne croato, arrivato qui in bici dal suo paese, attraversando la Grecia, la Turchia, l’Iran, l’Irak, il Pakistan e l’India. E’ ingegnere navale, alto quasi due metri.
Anche il fratello sta per lasciare il paese per andare a cercare fortuna negli Stati Uniti e hanno intenzione di ricongiungersi lì.
Passiamo insieme tre giorni: il primo, andiamo al Rani Ghat, il secondo sulle Shrinagar Hills, il terzo in visita all’ospedale missionario ed in giro per Tansen.