L'Arte di Viaggiare - Art of Travel - Francis Galton


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200° Anniversari Charles Dickens





...Eppure erano passati appena due mesi da quando un uomo, abitante in cima alla collina, era stato buttato giù dal letto da un colpo di vento fortissimo, che aveva sollevato e portato via una parte del tetto della sua casa. Mentre era sulla scala insieme al vicino intento a fabbricare una copertura provvisoria che lo proteggesse dalla bufera, ha gettato un’occhiata verso il basso e ha scorto un oggetto scuro vicino alla riva. È sceso con il compagno verso la spiaggia e ha visto che il mare in burrasca colpiva senza pietà una grande nave spezzata. Allora si è arrampicato lungo il sentiero di pietra, la scala senza gradini alla quale quel villaggio remoto è abbarbicato in piccoli grappoli come un frutto che pende dai rami, e ha dato l’allarme. E i cavapietre e i pescatori che abitavano in quella parte del Galles, insieme al loro pastore, sono arrivati correndo giù per il pendio, oltre la cascata e i burroni, dove la terra incontra l’oceano. E nella luce plumbea di quel mattino, colpiti dalla pietà per l’orrenda vista che si presentava ai loro occhi, curvi contro il vento, con la vista e il respiro mancanti per il nevischio e gli spruzzi d’acqua, mentre la lana, che faceva parte del carico, veniva depositata a terra e diventava visibile dopo che la schiuma si dissolveva, hanno visto una scialuppa di salvataggio staccarsi dall’ammasso creato dall’incidente. All’inizio, dentro la barca c’erano tre uomini. Dopo che si è capovolta se ne vedevano solo più due; quando è stata colpita per la terza volta ne è rimasto uno solo. Quando è stata rovesciata con il fondo in alto, si è visto un braccio imprigionato nelle assi rotte che gesticolava per invocare un aiuto che non avrebbe mai potuto arrivare. Poco tempo dopo, il legno è sprofondato giù in fondo.
È stato il pastore dal viso buono e gentile a raccontarmi questo episodio, mentre si girava verso il luogo dove era stata la nave. I sommozzatori erano impegnati a portare su l’oro scoperto il giorno prima, del valore di circa 25.000 sterline. Ne era già stato recuperato un quantitativo del valore di 300.000 sterline sulle 350.000 del totale e il grosso di ciò che restava sarebbe sicuramente risalito, anche se qualche perdita ci sarebbe stata. Subito dopo il naufragio, infatti, una parte delle sovrane erano finite sparpagliate sulla sabbia come tante conchiglie o erano andate alla deriva trascinate dalla corrente, ma la maggior parte del prezioso oro sarebbe stata ritrovata. Man mano che veniva tirato su, esso finiva a bordo del rimorchiatore, dove era debitamente registrato. La forza del mare che aveva rotto la nave aveva sbattuto un grosso lingotto d’oro, un pezzo robusto e pesante, in mezzo alla sua solida struttura metallica e aveva incorporato delle sterline nel ferro, come se questo fosse stato liquido al momento dell’impatto. Gli uomini di scienza che avevano visto i corpi portati a riva avevano stabilito che la causa della morte non era stata l’asfissia. L’espressione sui loro volti dimostrava che il trapasso era stato facile e misericordioso. Mentre stavo facendo queste riflessioni è arrivata l’informazione che dalla notte precedente nessuno era stato portato sulla spiaggia. Era difficile che vi fossero altri ritrovamenti prima dell’arrivo dei venti di nord-est di inizio primavera. Si sapeva che un gran numero di passeggeri, in particolare le donne, che viaggiavano in seconda classe al centro della nave, erano rimasti imprigionati in basso dalle pareti della nave spezzata, che erano ricadute su di loro. Un sommozzatore ha detto di non aver rimosso il corpo di un uomo imprigionato da un peso per non doverlo mutilare.
Era proprio il viso gentile del pastore che mi ero proposto di vedere quando avevo lasciato la mia casa per il Galles. Avevo sentito dire che aveva sepolto molte persone naufragate, che aveva aperto la sua casa e il suo cuore ai loro amici e parenti in agonia, che aveva avuto una cura attenta, dolce e paziente nell’adempimento dell’ufficio più triste che un uomo possa rendere al suo simile, che si era dedicato con grande tenerezza e diligenza ai morti e a quelli che soffrivano per i morti. Avevo detto a me stesso: “Nel periodo di Natale mi piacerebbe conoscere quest’uomo!” E mezz’ora fa lui ha spalancato il cancello del giardino ed è uscito a incontrarmi.
Nel suo viso franco, nel suo umore allegro e senza affettazione, espressione del vero spirito cristiano, ho visto rappresentato il Nuovo Testamento meglio che nei discorsi pieni di anatemi, reclamizzati con grande spiegamento di trombe, letti nel corso della mia vita. Ho sentito una dose maggiore di Testo Sacro nella sua voce cordiale, che non parlava mai del suo proprietario, che in tutti i possibili muggiti celestiali che hanno soffiato presunzione verso di me.
Ci siamo incamminati di buon passo verso la piccola chiesa, sulle pietre sconnesse, sull’erba umida, nel fango, nell’acqua del disgelo e malgrado tutti gli ostacoli che il ghiaccio e la neve avevano creato di recente. Mentre camminavamo, il mio amico mi ha detto, contento, che era un errore attribuire agli abitanti un atteggiamento superstizioso verso gli annegati. Nell’insieme, essi si erano comportati molto bene ed erano venuti prontamente in aiuto. Per trasportare un corpo fino alla chiesa ricevevano 10 scellini, che non era un prezzo eccessivo, tenuto conto che il percorso era ripido ed erano necessari tre o quattro uomini, un cavallo e un carretto per ognuno. Il naufragio non aveva arricchito la popolazione, al contrario, quella era la stagione dello pesca, ma nessuno aveva il coraggio di gettare le reti per trovarvi dentro delle donne e degli uomini affogati.
Siamo entrati nella chiesa, piccola e molto antica. C’è ragione di credere che su quell’area ce ne fosse già un’altra, mille e più anni prima. Tutte le cose che di solito si trovano nelle chiese, compreso il pulpito, erano state rimosse e i membri della congregazione si erano trasferiti in una vicina aula scolastica, per lasciare spazio ai morti. Anche le tavole nere di legno su cui erano dipinti i comandamenti erano state staccate dal muro. C’erano delle macchie sul pavimento di pietra dove erano stati deposti gli annegati e non c’era bisogno dell’aiuto dell’immaginazione per capire come fossero stati sistemati i corpi, dove era stata la testa e dove i piedi. Fra centinaia di anni, quando la ricerca dell’oro in Australia sarà cessata da tempo, le tracce sbiadite del naufragio della nave australiana saranno ancora visibili sul pavimento di pietra di questa chiesa.
Qui erano stati deposti contemporaneamente fino a quarantaquattro uomini e donne, in attesa della sepoltura. E qui, in mezzo a persone che piangevano, davanti a occhi che non potevano più vedere, a labbra che non potevano più parlare, il mio compagno ha lavorato da solo per ore, esaminando pazientemente gli abiti stracciati, tagliando bottoni, ciocche di capelli, particolari della biancheria che avrebbero poi potuto condurre a un’identificazione. Egli ha studiato le facce, ha cercato una cicatrice, un dito piegato, un alluce deforme, ha messo a confronto le lettere ricevute con i resti che lo circondavano. “Il mio caro fratello aveva gli occhi grigi e luminosi e un piacevole sorriso” gli aveva scritto una donna. Povera donna, meno male che sei lontana da qui! Conserva il bel ricordo che hai di lui!
Sua moglie e la cognata venivano spesso in mezzo ai corpi e il loro impegno era aumentato fino a diventare la cosa più importante della loro vita. L’arrivo di una donna in lutto stimolava la loro pietà e le induceva a paragonare la descrizione fornita con la spaventosa realtà. A volte erano in grado di dire: “L’ho trovata!” oppure “Credo che giaccia laggiù”. A volte, la persona in lutto veniva guidata all’interno con gli occhi bendati, per evitarle la vista insopportabile di tutti quei corpi. Dopo essere stata invitata con parole di comprensione a guardare, una donna si è lasciata cadere sul corpo davanti a lei gridando: “Questo è mio figlio!”.
Il pastore ha osservato che, in alcuni casi di donne, l’identificazione, anche se completa, era in disaccordo con il vestiario. Questo lo ha portato alla conclusione che i vestiti si erano mescolati l’uno con l’altro per la grande fretta con cui quelle donne si erano vestite. L’identificazione degli uomini attraverso i vestiti era stata ancora più difficile, a causa del gran numero di abiti dello stesso tipo, forniti dai negozianti in centinaia di esemplari e non fatti su misura. Molti uomini portavano con sé dei pappagalli e avevano le ricevute con il prezzo degli uccelli; altri avevano in tasca o nella cintura delle distinte. Alcuni di quei documenti, una volta distesi e asciugati, apparivano quasi altrettanto freschi di questa pagina dopo che sia stata piegata e ripiegata tre o quattro volte.
In quel luogo remoto era stato difficile anche avere del disinfettante, facilmente ottenibile in città. Allora si è bruciata la cosa più a portata di mano, ovvero la pece. La padella piena di cenere nella quale la resina aveva ribollito su un braciere di carbone era ancora al suo posto, con tutta la cenere. Accanto all’altare dell’eucaristia c’erano alcuni stivali tolti agli annegati, fra i quali quello di un cercatore d’oro la cui gamba era stata tagliata per sfilarlo e un altro basso, schiacciato, con in cima un pezzo di tessuto e di pelle di bufalo. Altre calzature erano ancora bagnate, coperte di sabbia, piene di erbacce e di sale.
Dalla chiesa siamo passati nel cimitero, dove erano sepolti 145 cadaveri venuti a galla. Quelli non identificati erano tumulati in fosse da quattro. Il pastore ne aveva fatto un elenco numerato con la descrizione e lo stesso numero era riportato sulla bara e sul sepolcro. I corpi identificati erano sepolti in tombe private, in un’altra parte del cimitero. Alcuni corpi erano stati riesumati dai tumuli comuni perché erano arrivati da lontano i parenti che li avevano identificati. Sul luogo della nuova sepoltura era stata apposta una lapide con il nome. Il ministro aveva ripetuto il servizio funebre, assistito dalla moglie e dalla cognata. Non c’era stata offesa per le ceneri riportate alla luce, perché la terra benefica le aveva già assorbite. Gli annegati venivano sepolti con i loro vestiti e il pastore aveva chiesto agli abitanti di lavorare tutto il giorno, comprese le domeniche, per far fronte all’improvvisa domanda di bare. Poco lontano dalla tenda in cui si teneva la Festa di Natale, sotto le mura rovinate di una casa di pietra, ho visto due di queste bare in attesa degli occupanti e nel cimitero una delle tombe per quattro era aperta. Lo spazio occupato dalle salme delle persone naufragate era così tanto che la gente del villaggio cominciava a temere di non avere più posto per sé, accanto ai propri antenati e discendenti. Il cimitero era a un passo dalla casa, perciò ci siamo diretti verso di essa. Vicino alla porta, era appesa la cotta bianca, pronta per l’uso.
Tanto era consolante l’allegra onestà del ministro quanto erano tristi le circostanze che le avevano permesso di brillare. Non ho mai visto niente di più deliziosamente genuino del suo calmo diniego che l’opera sua e dei suoi familiari fosse niente di più che un semplice dovere tranquillamente portato a termine. Parlando, egli esprimeva una grande compassione per le vittime, ma non sottolineava mai il proprio duro lavoro durante quelle settimane, salvo che per dire che esso aveva fatto guadagnare a lui e ai suoi familiari molti amici e prodotto numerose manifestazioni di gratitudine. Il fratello, che era ministro in due parrocchie vicine, aveva sepolto nel piccolo cimitero delle sue chiese 34 corpi, facendo la stessa cosa per un numero più ridotto di persone. Anche lui era là, con i suoi fogli ordinati, e non parlava molto del problema affrontato. Ma ponendo qualche lieve domanda qua e là, quando si presentava l’occasione, sono venuto a sapere, ad esempio, che il giorno prima il mio amico aveva scritto da solo mille e settantacinque lettere a familiari e conoscenti dei defunti. Quando gli ho fatto notare la natura spaventosa della scena di morte con cui aveva dovuto familiarizzarsi all’improvviso e la difficoltà di riuscire, malgrado tutto, a fare coraggio ai vivi, lui mi ha risposto, senza diminuire la sua allegria, di essere stato in effetti incapace, per un certo periodo, di mangiare di più di un pezzo di pane e di bere un po’ di caffè.
In questa nobile modestia, in questa bella semplicità, in questo evitare il più piccolo tentativo di ‘migliorare’ un’occasione che, com’è facile supporre, sarebbe penetrata a fondo nel mio cuore, mi sembrava di essere passato, in poco spazio, dal Regno della Morte, con il cimitero e le tombe aperte, a quello della Resurrezione, rappresentato dalla dimora di quei Cristiani. Non mi capiterà più di pensare alla prima senza che mi venga in mente anche la seconda, ormai le due cammineranno insieme per sempre nella mia memoria. Se su quella nave sfortunata avessi perso uno dei miei cari e fossi venuto per questo dall’Australia, sarei ripartito riconoscente a Dio per quella casa così vicina, la cui ombra, giorno, si allungava sulle tombe e la cui luce elettrica le illuminava di notte.
I riferimenti nelle conversazioni, le descrizioni dalle persone naufragate, la gratitudine di parenti e amici mi avevano reso ansioso di vedere alcune delle lettere. Mi sono dunque trovato davanti a una marea di biglietti listati di nero, da cui riporto alcuni brani.

Una madre scrive:
“Caro Reverendo,
fra le molte persone che sono perite sulle vostre spiagge c’era anche il mio amato figlio. Mi stavo appena riprendendo da una grave malattia e questo dolore mi ha causato una ricaduta. Così, non sono in grado al momento di venire a identificare i resti del mio caro perduto. Il mio adorato figlio avrebbe compiuto 16 anni il prossimo Natale. Era un figlio amabile e obbediente, a cui era stata insegnata per tempo la via della salvezza. Noi genitori coltivavamo la speranza che un giorno si sarebbe fatto onore come marinaio britannico, ma va bene così, sono sicura che mio figlio si trova ora fra i redenti. Oh, lui non voleva affrontare quel viaggio! Il 15 ottobre avevo ricevuto una sua lettera da Melbourne, con la data del 12 agosto. Il suo morale era alto e alla fine scriveva: ‘Cara mamma, prega per una dolce brezza e io non dimenticherò di chiamarla con un fischio! A Dio piacendo, rivedrò te e i miei piccoli animali. Addio, cara mamma, addio, carissimi genitori, addio, caro fratello.’ È stato, il suo, un addio per l’eternità. Non chiedo scusa per scrivere in questo modo, perché il mio cuore è pieno di dolore.”

Un marito scrive:
“Caro e gentile signore,
potrebbe farmi sapere se ci sono delle iniziali sull’anello e sulla catenina che, come dice il giornale di martedì scorso, avete ritrovato? Credetemi, signore, quando vi dico che non posso esprimere con parole adeguate la mia profonda gratitudine per la vostra gentilezza verso di me in quel giorno orribile e spaventoso. Mi può dire che cosa posso fare per lei e mi può scrivere una lettera di consolazione per impedire alla mia mente di perdersi?”

Una vedova scrive:
“Date le condizioni economiche in cui mi trovo, i miei amici ed io pensiamo che la cosa migliore sia che mio marito sia sepolto dove si trova, e io devo accettare la situazione, anche se avrei di gran lunga preferito diversamente. Da quello che ho sentito dire di voi, sono sicura che farete il possibile affinché tutto sia eseguito con ordine e rispetto. Per chi muore non fa differenza dove giaccia il povero corpo, dopo che l’anima ha lasciato il corpo, ma chi resta vorrebbe fare di tutto per dimostrare al defunto il proprio amore. Purtroppo, questo mi è negato, ma è la mano di Dio che ci affligge e io cerco di accettarlo. Forse un giorno mi sarà possibile visitare il luogo dove giace mio marito ed erigere una semplice pietra alla sua memoria. Oh! Ci vorrà molto molto tempo prima che dimentichi quell’orribile notte! Non c’è un negozio a Bangor dove potrei richiedere un piccolo dipinto di Moelfra o della chiesa di Llanallgo, ora così sacri per me?”

Un’altra vedova scrive:
“Questa mattina ho ricevuto la vostra lettera e vi ringrazio molto per l’interesse avuto verso il mio caro marito, come pure per i vostri sentimenti, che dimostrano lo spirito cristiano di chi simpatizza con coloro che, come me, sono sconvolti dal dolore.
Che Dio vi benedica e sorregga voi e quelli che vi sostengono in questa grande prova. Il tempo, passando, porta via tutti i suoi figli ma il vostro nome e la vostra fama di persona disinteressata passeranno alla storia e, con il trascorrere degli anni, molte vedove serberanno il ricordo della vostra nobile condotta. Quando altre cose saranno ormai dimenticate, delle lacrime di gratitudine, tributo di cuori riconoscenti, scorreranno su molte guance.”

Un padre scrive:
“Non trovo le parole per esprimere in modo adeguato la mia gratitudine per la sua gentilezza verso mio figlio Richard, in occasione della sua visita al caro corpo del fratello e anche per la sua attenzione nel pronunciare il bel servizio funebre sui resti del mio povero figlio sfortunato. Dio voglia che le vostre preghiere possano raggiungere il Seggio della Misericordia e che la sua anima possa essere ricevuta in paradiso, con l’intercessione di Cristo!
La sua cara madre mi prega di inviarvi i suoi più sentiti ringraziamenti.”

Quelli che erano stati ricevuti nella casa del pastore, scrivevano così dopo essere ripartiti:

“Cari, indimenticabili amici,
sono arrivato qui ieri mattina senza incidenti e sto per proseguire verso casa in treno.
Quando penso a voi e alla vostra dimora ospitale, sono sopraffatto dalla gratitudine. Nessuna parola potrebbe esprimere quello che sento nel cuore, perciò me ne astengo. Che Dio possa ricompensarvi con la stessa generosità con cui voi avete dato. .
Non scrivo nomi, ma vi abbraccio tutti.”

“Miei cari amici,
questo è il primo giorno in cui ho potuto lasciare il letto, cosa che spiega perché non vi abbia scritto prima.
Se solo avessi visto realizzata la mia triste speranza di recuperare il corpo del mio amato e compianto figlio, sarei tornato a casa in qualche modo confortato e avrei accettato la perdita con maggiore rassegnazione.
Ho la sensazione che non ci sia più alcuna possibilità e porto il lutto come una persona ormai senza speranza.
L’unica consolazione per la mia mente angosciata è che mi sia stato così sentitamente permesso da voi di lasciare la questione nelle vostre mani,dalle quali so che sarà fatto tutto il possibile per seguire gli accordi fatti prima che io lasciassi la scena di quella orrenda catastrofe, sia per l’identificazione del mio caro figlio sia per il suo interramento.
Sono ansioso di sapere se ci sono state delle novità dopo che vi ho lasciato. Volete aggiungere un’altra obbligazione alle molte che ho già verso di voi e scrivermi in proposito? Se il corpo di mio figlio dovesse essere identificato, fatemelo sapere immediatamente e io ritornerò.
Le parole non possono esprimere la gratitudine che sento di dovervi per il vostro benevolo aiuto, per la vostra gentilezza e la vostra simpatia.”

“Miei carissimi amici,
sono arrivata a casa ieri sana e salva e una notte di riposo mi ha ristorata e tranquillizzata. Devo ripetere che il linguaggio non ha parole con cui io possa esprimere il mio senso di obbligazione verso di voi. Il vostro ricordo è custodito gelosamente nel più profondo del mio cuore.
L’ho visto! E mi rendo conto della mia disgrazia più di quanto sia stata finora capace di fare. Oh, l’amarezza della coppa che bevo! Ma mi inchino obbediente. Dio
deve aver agito correttamente. Non voglio provare meno dolore, ma semplicemente accettare questo sentimento.”

C’erano alcuni passeggeri ebrei a bordo del
Royal Charter e la gratitudine del popolo ebraico è espressa sentitamente nella seguente lettera spedita dall’Ufficio del Rabbino Capo.

“Reverendo Signore,
non posso esimermi dall’esprimere i più sentiti ringraziamenti miei e delle persone del mio gregge, che avevano dei parenti fra coloro che hanno perso la vita nel recente naufragio del
Royal Charter. Come Boaz 1), voi non avete davvero risparmiato la vostra gentilezza verso i vivi e verso i morti.
Avete agito con gentilezza verso i vivi ospitandoli nella vostra casa e assistendoli attivamente nell’evento luttuoso, e verso i morti, adoperandovi per avere i nostri correligionari sepolti nella nostra terra, secondo il nostro rito. Possa il nostro Padre celeste ricompensarvi per i vostri atti di umanità e di vera filantropia!”


La Vecchia Congregazione Ebraica di Liverpool si era espressa così attraverso il suo segretario:

“Reverendo Signore,
i guardiani di questa congregazione hanno appreso con piacere che, oltre ai vostri infaticabili sforzi sul luogo del disastro del
Royal Charter, che già hanno ricevuto un riconoscimento universale, voi vi siete benevolmente impegnato nell’assistere i seguaci della nostra fede e nel cercare i corpi di amici perduti per dare loro sepoltura nella nostra terra consacrata, con l’osservanza dei riti prescritti dalla tradizione della nostra religione.
I guardiani desiderano che io approfitti di questa occasione per offrirvi, anche da parte di tutta la comunità, l’espressione della loro più calorosa riconoscenza, i ringraziamenti grati e gli auguri sinceri per il vostro benessere e prosperità.”

Un gentiluomo ebreo scrive:

“Reverendo e caro Signore,
colgo l’opportunità di ringraziarvi per la prontezza con cui avete risposto alla mia lettera con tutti i particolari riguardanti il mio compianto fratello ed esprimo anche i miei sinceri complimenti per la buona volontà dimostrata e la condiscendenza nel far riesumare i suoi resti. Per noi è stato un evento penoso, pieno di dolore, ma quando si incontrano degli amici come voi, l’angoscia mentale in qualche modo diminuisce e la sofferenza diventa più sopportabile, anche se, considerando le circostanze connesse al suo destino, questo appare davvero difficile. È stato via per sette anni ed è tornato a trovarci quattro anni fa. Egli era allora fidanzato con una ragazza molto amabile. Aveva avuto successo all’estero e tornava per adempiere il sacro voto. Portava con sé tutte le sue proprietà, sotto forma di oro non assicurato. Abbiamo avuto sue notizie quando la nave si è fermata a Queenstown e lui era all’apice della speranza. Poche ore dopo veniva inghiottito con tutti i suoi beni.”

Erano particolarmente tristi le frasi – troppo personali e sacre per essere citate qui – indirizzate ai ritratti di donne in miniatura portati al collo da quegli uomini duri, insieme ai riccioli, ai frammenti di lettere, ai piccoli ricordi, segni di una tenerezza nascosta. Un uomo gettato a riva dalla forza delle onde portava su di sé, stampato su un cartoncino con il merletto traforato, il seguente augurio singolare e, purtroppo, vano:

Benedizione

“Possa esserci in serbo per te la benedizione di Dio. Possa il sole glorioso splendere sopra il tuo letto e possano aprirsi per te i cancelli dell’abbondanza, della felicità e dell’onore. Possano i tuoi giorni essere preservati dal dolore e le tue notti non essere afflitte da alcuna pena. Che il cuscino della pace accarezzi le tue guance e i piaceri dell’immaginazione popolino i tuoi sogni. E quando il peso dei lunghi anni ti renderà stanco delle gioie della terra e il sipario della notte si chiuderà gentilmente sul tuo ultimo sonno terreno, possa l’Angelo del Signore essere vicino al tuo letto per impedire che la fievole luce della lampada della vita riceva una brusca folata di vento, che ne affretti lo spegnimento.”

Sul braccio destro di un marinaio era tatuata la crocifissione, con la fronte e il vestito di Nostro Signore macchiati di rosso. Ai piedi della croce c’erano un uomo e una donna, con la luna da un lato e il sole dall’altro. In cima alla croce c’erano le lettere I.H.S.. Sul braccio sinistro erano raffigurati un uomo e una donna nell’atto di danzare. Il vestito della donna era delineato con particolare cura e, sotto di esso, c’erano delle iniziali. Sull’avambraccio destro di un altro uomo era disegnato un marinaio nell’atto di reggere la Union Jack sventolante. Una piega di questa ondeggiava sulla testa di una donna, che teneva in mano l’altra estremità. Sulla parte superiore del braccio c’era Nostro Signore sulla Croce, con il cielo stellato e un grande astro evidenziato con inchiostro di china. Sul braccio sinistro c’erano una bandiera, un nodo d’amore, un viso e delle iniziali. Dopo che la pelle era stata accuratamente strofinata e grattata con un coltello, il tatuaggio era perfettamente visibile sulla superficie scolorita del braccio. Non è improbabile che l’abitudine di tatuarsi, caratteristica dei marinai, sia dovuta al desiderio di essere identificati, in caso di annegamento, dopo essere stati portati a riva.
Ci è voluto un po’ prima di potermi staccare da quelle carte interessanti per andare a spezzare il pane e bere il vino con quella gentile famiglia. Sulla via del ritorno, ho dato un passaggio al portalettere, con la sua busta di cuoio, il bastone da passeggio, la tromba e il cane terrier, come avevo fatto all’andata con il guardacoste. Negli ultimi due mesi, egli aveva portato al Rettorato numerose lettere piene di dolore e aveva portato indietro una risposta consolatoria.
Mentre tornavo, riflettevo sulle molte persone che, negli anni a venire, avrebbero compiuto un pellegrinaggio a quel piccolo cimitero. Pensavo a coloro che vivevano in Australia e avevano un interesse nel naufragio, che sarebbero venuti quando fossero stati in visita al Vecchio Mondo. Ho pensato agli autori di quella marea di lettere che avevo lasciato sul tavolo e ho deciso di darne conto qui. I Concili Ecclesiastici, le Conferenze, le Epistole Diocesane eccetera faranno molto per la Religione, ma dubito che essi renderanno al Signore la metà del servizio che gli è stato reso in questo luogo desolato sulla costa frastagliata del Galles.
Se nel naufragio del
Royal Charter avessi perduto il mio amico più caro o la mia promessa sposa, o la mia giovane figlia, o un figlio pieno di speranze, o un bambino, bacerei la mano che ha lavorato con un tale impegno e con tanta gentilezza e penserei: “Nessuno avrebbe potuto accudirli meglio, neanche a casa.” Sarei riconoscente e contento che la tomba si trovi in un luogo così tranquillo e, allo stesso tempo, vicino a una casa da cui la famiglia entra ed esce ogni giorno, accanto a tutti quelli che il destino ha voluto riunire in questo luogo.
Il mio racconto non avrebbe alcun valore se non citassi il nome del pastore di cui ho parlato, con la speranza di recare conforto a qualcuno. È il reverendo Stephen Roose Hughes, di Llanallgo, vicino a Moelfra, Anglesey. Suo fratello è il reverendo Hugh Robert Hughes, di Penrhos, Alligwy.


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