L'Arte di Viaggiare - Art of Travel - Francis Galton


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1 agosto In viaggo per Pokhara

Namaste Nepal

8 ore piacevolmente trascorse a conversare con Werner, tedesco di Stuttgart, insegnante di religione in una scuola secondaria. La strada fino a Mugling la conosco già, avendola percorsa per andare a Janakpur. Ora però è più asciutta e si viaggia meglio. La seconda parte attraversa un bel paesaggio, fatto di colline, alberi, risaie.
All’arrivo, l’essere con Werner mi evita di dover subire in prima persona l’assalto dei
guest house vendors. In quel momento passa per strada un uomo su di un carretto trainato da un cavallo. Werner gli si avvicina, gli chiede se ci porta a Lakeside, pattuisce il prezzo. Sono ancora increduta: quest’uomo mi sembra più un contadino che sta andando per i fatti suoi, che non uno che di mestiere trasporta i turisti sul suo carretto. Anyway, saliamo ed il vecchio ronzino si avvia a velocità ….quasi ferma. Strada facendo, incontriamo un giapponese, gli chiediamo se è diretto anche lui a Lakeside e gli offriamo di dividere con noi il nostro inconsueto mezzo di trasporto. Sale e ripartiamo. Sia il giapponese che Werner hanno diversi indirizzi di guest houses. La prima, suggerita da Werner, non ci piace; la seconda, suggerita dal giapponese, non riusciamo a trovarla; scegliamo la Butterfly guest house, suggerita dalla mia guida: molto spartana, economica, ha un bel giardino. Il giapponese, che ha maggiori pretese rispetto a noi, va invece in una lì vicino, più lussuosa e più cara. Dopo una veloce doccia, il giapponese ed io andiamo a cena in un ristorante consigliatoci dal proprietario della guest house, mentre Werner rimane a fumare hashish con una ragazza americana ospite dell’hotel.

Il detto “paese che vai, usanze che trovi”, può essere così parafrasato: “giapponese che incontri…!” Con quel che segue. Dal menù scegliamo una trota di lago, accompagnata da una bottiglia grande di birra, da dividere.
Appena portano la birra, me ne versa un bicchiere (che, quando andrà via la schiuma sarà poco più di mezzo) e, a grandi sorsate, si scola tutta la bottiglia. Quando arriva il pesce, non abbiamo nulla da bere. Il tipo non è, però, privo di risorse: punta deciso verso il bancone del bar e, mentre io accarezzo l’idea che sia andato a ordinare un’altra birra, torna con un bicchiere di acqua bollente in mano e me lo mette davanti.

“A cosa serve?” chiedo “E’ per te – mi dice – per bere con il pesce, it’s safe!” Che gentile! Dopo aver divorato il pesce a velocità ancora maggiore di quella con cui ha bevuto la birra, si alza nuovamente, con uno scatto. E’ il suo modo di muoversi: o se ne sta completamente immobile o si lancia in scatti impressionanti. Afferra dal pavimento la spirale antimoscerini – il

vampirone – che brucia vicino al nostro tavolo, accosta alla sigaretta la parte incandescente, finché questa non si accende.
Mentre io sto pazientemente finendo il pesce pieno di lische (che siano capitate tutte a me? Oppure lui ne è immunizzato?) se la fuma beato.
Il suo show termina al momento di pagare il conto: velocissimo nel calcolare le nostre parti fifty-fifty, nonostante la birra l’abbia bevuta tutta lui, pesca con decisione nel palmo della mia mano le monete per coprire quanto manca ad arrivare alla cifra del conto. Non per niente è professore di matematica a Tokio!
Corre voce che i giapponesi che vengono qui in Nepal appartengano alla classe meno abbiente: quelli che se lo possono permettere vengono tutti in Europa o vanno negli U.S.A. Non so se sia vero, quel che è certo è che i giapponesi che si incontrano
qui sono strani. Prendiamo quello che passa le sue giornate sotto il pergolato dello Yeti Restaurant a scolare birre e vino sin dal mattino presto. Non molto alto, ha un fisico possente, sicuramente aduso alle arti marziali. Tratta il figlio, di circa cinque anni e bellissimo, con arroganza e sadismo. Il bambino teme molto il padre, si vede. Questa mattina, mentre stavo facendo colazione, sono arrivati lui, la moglie, il figlio ed il tassista da lui noleggiato a tempo pieno. Io parlavo con un ragazzo nepalese ed accarezzavo il gattino che questi aveva in grembo. Il bambino giapponese il quale, per qualche recondito motivo non gradiva che io accarezzassi il gatto, mi ha dato un colto di karate sul polso, proprio sull’orologio. Il padre, desideroso di far mostra del potere che esercita sul figlio, lo ha trascinato verso un pilastro, spingendogli la faccia contro ed ingiungendogli di non muoversi. Il mio tentativo di intercedere a favore del figlio provoca la sua ira. “Mind your cat! – mi urla – This is my cat and I do whatever I like with him!”.
Terminata la colazione e giunto il momento di andarsene, ha chiamato il figlio, facendolo mettere sull’attenti. Gli ha urlato delle frasi secche, con piglio militaresco, a cui il figlio ha risposto contrito, a testa bassa. Gli ha sollevato il viso prendendolo sotto il mento e gli ha dato due forti schiaffi, prima di spingerlo in macchina. Il bambino non ha versato una lacrima: deve essergli costato molto, gli schiaffi erano dolorosi, ma si è fatto forza ed ha ricacciato le lacrime. Frutto di un’educazione repressiva o siamo proprio geneticamente diversi?
Ho saputo poi che quest’uomo esercitava abitualmente la sua violenza oltre che sul figlio, anche sulla moglie e sui nepalesi con cui veniva in conflitto e con i quali regolava i suoi conti a suon di botte. Un mattino ho visto arrivare il gestore dello Yeti pieno di lividi, senza più i denti davanti e senza i suoi abituali occhiali da sole. Mi ha detto che la sera precedente, ubriaco e drogato, ha litigato con il giapponese, anch’egli ubriaco, e che si sono picchiati in riva al lago. Il giapponese lo ha buttato in acqua e gli ha tenuto la testa sotto, nel tentativo di annegarlo. “Dangerous man – aggiunge - very dangerous!”.



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