Namaste Nepal
Ho una fame da lupi. Decido di andare a rifocillarmi al K.C’. A parte le ossa del tandoori chicken ed un po’ di riso, infatti, a Jajakpur non ho messo nulla sotto i denti. Al tavolo accanto al mio c’è una turista della categoria che mi fa sorgere la domanda: che cosa vengono a fare in Nepal queste persone? Perché non vanno a farsi una bella vacanza in Svizzera?
Questa qui è francese. Intanto c’è da dire che il K.C’. è un ristorante su misura per turisti: non si vedono che loro, infatti, qui cucina internazionale, bevande sigillate, verdura disinfettata, insomma, niente da dire.
Esordisce chiedendo un succo di frutta e vuol sapere di che marca è. Il cameriere le porta la lattina. Lei la guarda, poi scuote la
testa e la rimanda indietro, chiedendo al suo posto un’acqua minerale, ma che la bottiglia sia ben chiusa, per carità! Il cameriere porta l’acqua minerale. Lei vi appoggia le mani sopra: “Ma è troppo fredda!”. Il cameriere, pazientemente, riporta indietro la bottiglia e ne porta un’altra a temperatura ambiente. Si vede che sta per dirgli che questa è troppo calda e si trattiene soltanto perché l’amica che è con lei è, a questo punto, molto imbarazzata. Inizia quindi l’operazione ‘prova finestra’ del bicchiere. Il controllo la lascia evidentemente insoddisfatta del grado di pulizia dello stesso, dato che prende il tovagliolo e comincia a strofinarlo vigorosamente dentro e fuori. Ne ho visti altri di turisti così qui in giro: stanno a Katmandu per tutto il tempo della loro vacanza o, al massimo, vanno a Pokhara, con il minibus dei turisti. Si alzano alle dieci di mattina, vanno a far colazione nei ristoranti di Thamel, si aggirano tutti agghindati tra i negozi alla ricerca dell’oggetto esotico da esibire a casa o dell’affare di cui vantarsi con gli amici. Lasciano il paese con un’esperienza dello stesso limitatissima, fuorviante e falsa, avendo arrecato più danno che altro.