Namaste Nepal
E' sabato, quindi festa. All'inizio si fatica un po' a considerare festivo il sabato, poi ci si fa l'abitudine.
Dopo una colazione a base di te' e banane, alle 7,30 si parte. Nima mi fa da guida in questa avventura in bici. Pedalo vigorosamente, perché spero di togliermi dal traffico cittadino prima che diventi troppo intenso. Invano: dopo neante due chilometri, con una fragorosa esplosione, il pneumatico posteriore si affloscia. Si torna a piedi al negozio di bici, se ne chiede un'altra, si riparte.
Prima tappa, Patan. Al Golden Temple, parlo con il custode, che fabbrica Buddha di bronzo. E' stato a Torino per il suo business. Mi cita Porta Nuova, Porta Susa, Via Roma, Via Cernaia…..
Ripartiamo. Puntiamo ora su Kirtipur, la città dei nasi tagliati, dopo esserci fermati ad ammirare la Chobar Gorge lungo il percorso.
"… Arroccata su un colle a 5 km. a sud ovest di Katmandu, la fortezza medioevale newari di Kirtipur costruita dal re Sada Siva
Deva nel XII secolo fu la fiera roccaforte che il sovrano di Gorkha, Pritvi Narayan Shah, dovette espugnare per penetrare nella valle e sconfiggere le capitali del regno dei Malla. Per tre volte il re la strinse d'assedio tentando di piegarne la difesa accanita e solo nel 1768 riuscì finalmente ad averne ragione. Per vendicare le perdite subite fece tagliare i nasi e le labbra a tutti gli abitanti del luogo risparmiando solo, per amore della musica, chi sapeva suonare uno strumento a fiato. Gli evidenti segni di decadenza della città non sono però soltanto legati a questa antica sconfitta e alla definitiva eclissi di questo centro un tempo florido e indipendente, ma anche al disastroso terremoto che lo colpì nel 1934. Oggi Kirtipur ha l'aspetto trascurato e malinconico di una città in abbandono, con i templi e le belle case con le triplici finestre in legno scolpito in rovina.
Durante il giorno è abitata soprattutto da vecchi e bambini, mentre uomini e donne sono al lavoro nei campi o impegnati nella tradizionale attività di tessitura. A confronto con gli altri centri della valle, però, questo ha il fascino che deriva dall'aver concesso meno alle trasformazioni turistiche. Sedendosi all'ombra lungo le sue vie lastricate e polverose, si può veder scorrere intatta la vita di un borgo newar, secondo ritmi probabilmente uguali da secoli."
Dopo aver bevuto un paio di dolcissime e calde Fanta, comprate in un negozio situato sulla piazza principale, proprio di fronte al tempio di Bagh Bairav, il dio-tigre, manifestazione di Shiva, saliamo alla pagoda dedicata a Uma e Maheshwar, la coppia divina di Shiva e Parvati.
Da qui ammiriamo la distesa delle risaie sotto di noi, e Nima mi indica le cime del Langtang, dove andrò tra qualche giorno, ospite di suoi parenti, e del Gosainkund.
E poiché la sua conoscenza dell'architettura non eguaglia quella delle montagne, riprendo in mano la guida e leggo:
"… Secondo la leggenda, il tempio di Hagh Bhairav venne edificato nel XVI secolo nel luogo in cui alcuni pastori, che avevano per gioco plasmato una tigre d'argilla, l'avevano ritrovata viva e sazia per aver fatto strage del gregge. La struttura è quella di una pagoda a quattro piani, e tre tetti, sorretti da vilampu intagliati. Al tetto centrale sono appesi scudi, armi e utensili raccolti dopo l'attacco di Prithvi Narayan Shah alla fortezza e offerti al dio dai devoti. Sulle pareti esterne, al piano terra, affreschi interessanti, ma in condizioni deplorevoli, mostrano scene del Mahabharata in stile tardo Malla (XVI sec.).
Il torana scolpito sopra l'entrata principale, rappresenta, sopra, Vishnu che cavalca Garuda e, sotto, Bhairav, fiancheggiato da Ganesh e Kumar, il dio della guerra."
Stamane, mentre eravano alla Chobar Gorge, Nima mi aveva proposto di andare a Daksinkhali, ma io avevo rifiutato. L'idea di pedalare per 20 chilometri in salita, con quest'afa ed inalando il fumo nero dei tubi di scappamento dei numerosissimi pullman che portano i nepalesi a sacrificare polli e capre alla dea Kali, non mi arrideva.
Ma, poiché mi sento piena di energie e poiché spero che a quest'ora i fedeli siano già tutti sul posto, gli chiedo di accompagnarmici. Torniamo quindi indietro al punto in cui eravamo stamani.
Mentre regolo il cambio della mia scadentissima mountain bike, made in Taiwan, salta la catena. Il mio compagno di sventure la rimette su in un attimo e mi sistema il cambio. Ora mi manca soltanto di bucare per far sì che quello che non mi è mai successo in tanti anni che vado in bici, si concentri in questa giornata di iella.
Il tempio è situato alla confluenza di due fiumi, tra il verde degli alberi. E' stato edificato nel XVII secolo da Pratap Malla, ed è dedicato alla dea Kali; qui raffigurata con sei braccia nell'atto di calpestare Vetala, assistita da Ganesh.
E' su questa statua in pietra nera che il sacrificatore spruzza il sangue dell'animale a cui taglia la testa. Gli animali che vengono sacrificati sono polli, oche, capre, pecore, maiali: questi devono essere maschi, non castrati e di colore scuro. Dopo il rito, essi vengono restituiti ai proprietari che, dopo averli fatti spiumare o scuoiare e tagliare a pezzi dai macellai che sono lì apposta, li gettano in un pentolone d'acqua bollente e li mangiano sul posto. Quando arriviamo infatti, sorpassiamo gruppi familiari anche di venti persone, che hanno con sé il fornello a gas e la bombola. Le donne portano dei pentoloni enormi in bilico sulla testa. Mentre mi sto asciugando il sudore dal viso e sto togliendo un po' del nerofumo accumulato durante il percorso, mi beo dei deliziosi profumi di chi, arrivato qui stamattina presto, sta già cucinando la vittima del sacrificio. Se soltanto qualcuno mi invitasse a pranzo……
Poiché nessuno raccoglie questo mio desiderio, non manifestato peraltro verbalmente, ci sediamo in uno dei tanti tea-shops allineati lungo la strada da cui parte la scalinata che scende al tempio. Un bicchiere di tè al latte, dolcissimo e bollente non è esattamente quello che desidero in questo momento. (Ho provato alcune volte a chiedere del tè senza zucchero, ma mi hanno guardata in un modo…..).
Dopo aver assistito alla mattanza di qualche decina di polli e capre, ripartiamo a tutta velocità giù per la discesa. So già che questo mi costerà come minimo un bel mal di gola, ma il piacere dell'aria fresca sulla pelle è troppo grande per rinunciarvi.
Quando ormai stiamo per arrivare a Katmandu, svoltiamo a sinistra, su di una strada sterrata che
porta verso un bel villaggio, in mezzo alle risaie color verde brillante. Presto però la strada diventa impercorribile: dobbiamo scendere e camminare con la bici per mano. Anche se siamo a pochi chilometri da Katmandu, in realtà ne siamo lontani anni luce. Uomini e donne sono al lavoro nei campi, i bambini si rincorrono, i vecchi giocano a karen board all'ombra di un albero secolare, mentre un cadavere sta finendo di bruciare sulla pira. C'è silenzio e la vita scorre con i ritmi di sempre. Ma per quanto tempo ancora?
Dopo aver attraversato un bosco, sbuchiamo su di una strada asfaltata dalla parte opposta a quella da cui siamo venuti. Risaliamo in bici e ci dirigiamo a Bodnath, nostra ultima meta per oggi.
Lasciamo le bici ed andiamo a visitare uno dei tanti monasteri che si trovano intorno allo stupa.
Alcuni monaci bambini cantano leggendo i versetti sul libro stretto e lungo, che sfogliano dal basso in alto. Ogni tanto uno squillo di tromba perfora i timpani. Un monaco passa a versare dell'acqua sulla testa dei ragazzi, che cercano di sottrarsi ridendo.
Usciamo e ci dirigiamo al tempio. Pieno di colore, come tutti i templi buddisti, contiene una statua gigantesca del Budda. All'uscita, un palmist si offre di leggermi la mano. Gli dico che mi interesserebbe, ma non ho soldi con me. Lui dice che non può leggermela senza essere pagato, perché cio' sarebbe causa di sfortuna. Per me o non piuttosto per lui?